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Relazioni pubbliche e scrittura
Più semplici e più brevi nella scrittura e nei discorsi in pubblico: questa potrebbe essere una delle sfide del prossimo decennio, almeno per noi comunicatori. Ho scritto un testo sull'argomento per l'ultimo numero del magazine Ferpi, Federazioni Relazioni Pubbliche 
Italiana in distribuzione ai soci in questi giorni. Qui c'è un articolo di commento e il Pdf dell'intero numero.

"Scrivere è difficile per tutti noi, perché una volta partiti, tendiamo a divagare: invece del punto usiamo la virgola, seguita da una congiunzione e così ci perdiamo in una terra selvaggia da dove è difficile tornare indietro. Facciamo del punto il nostro consigliere: non esiste frase troppo corta agli occhi del Signore. Sono poche righe educative, vista la cattiva salute della nostra lingua scritta, tratte dal recente intervento dello scrittore William Knowlton Zinsser alla scuola di giornalismo della Columbia University di New York. (*)

Non ho mai capito bene perché, per noi comunicatori italiani è sempre stato difficile seguire queste indicazioni. Ammettiamolo: il plain language non è il nostro punto di forza, non lo è mai stato. Chris Kent, della società di comunicazione di Chicago Ragan, in un articolo di un paio di anni fa, dedicato alla scrittura dei comunicati stampa, aveva definito il nostro stile con il gioco di parole PR bubblespeak (e non si riferiva a una marca di sapone!). Sia nella lingua scritta sia nella lingua parlata siamo infatti un po’ prolissi, verbosi, involuti, soprattutto autoreferenziali.  Risentiamo di un insegnamento scolastico gentiliano o forse siamo spesso stanchi e distratti e perdiamo la sintonia con le domande del mestiere: A chi interessa ciò che scrivo? A quale lettore mi rivolgo? Farà presa e raggiungerà l’obiettivo che mi prefiggo?

Sposiamo l’idea di comunicare con ma nella pratica quotidiana siamo ancora in sintonia con il vecchio comunicare a.
Ci piace predicare bene (piani di comunicazione precisi e puntuali) ma - anche se ci piace meno riconoscerlo - razzoliamo male (siamo capaci di parlare in pubblico per 40 minuti con slide illeggibili piene di muri di parole). Quando interveniamo in un ambiente internazionale, le traduttrici simultanee possono andare letteralmente in tilt confondendo oggetto e soggetto delle nostre lunghissime frasi aperte.

Per avere una conferma di questo - se ce ne fosse bisogno - ci basti guardare negli occhi uno studente in aula, o meglio - prova del fuoco - uno straniero che se la cava con l’italiano, quando ascolta le nostre lunghe dissertazioni. Spesso il nostro malcapitato d’oltralpe o d’oltreoceano ammutolisce perché non capisce quello che stiamo raccontando e in genere - modesto lui! - pensa di avere dimenticato la lingua che a fatica ha imparato.

Ci ricordiamo quando dieci anni fa è cambiato proprio tutto? Attorno al 2000 molti di noi si facevano ancora scrivere le lettere dalla segretaria o addirittura stampare le email  perché la carta, si sa, era (e per molti è) più rassicurante. Non solo per pigrizia intendiamoci. Per noi tardivi digitali, come ci ha definito Luca Sofri, cambiare strumenti di lavoro e cambiare pelle e stile è stato molto difficile.  Ma ora è arrivato pure Twitter anche in azienda, con le sue 140 parole a obbligarci a scrivere e a pensare breve! 

Pur nelle difficoltà di ricominciare da capo, molti di noi ce l’hanno fatta, e a ogni età:siamo ritornati a scuola, ci siamo messi in discussione, abbiamo imparato lo stile del web (Franco Carlini docet), abbiamo capito sulla nostra pelle che l’attenzione del pubblico sta in una sempre più piccola manciata di secondi.

E che siamo diventati più bravi lo dicono alcuni siti web di grandi e medie aziende, belli e navigabili (non a caso a capo della comunicazione ci sono nostri soci), tanti bilanci sociali che ogni anno diventano sempre più un terreno di competizione  per chiarezza, accuratezza, semplicità. Lo dice soprattutto il mercato che nel 2009 ha visto l’umile below the line, di cui siamo parte integrante, superare nella crescita l’above the line, cioè la pubblicità.

Il nuovo decennio sarà più selettivo sul fronte della lingua e della scrittura professionale e ci chiederà di essere più semplici e più efficaci. Perché ricordiamocelo con le stringatissime parole dell’architetto e designer tedesco Ludwig Mies van der Rohe: Less is more. "

(*) Un post sull'argomento di Luisa Carrada

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14 Febbraio 2010







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